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Accade grazie a un algoritmo di machine learning che si chiama Tensorflow , realizzato da Google e rilasciato liberamente, unito all'inventiva di un utente di Reddit che si fa chiamare Deepfakeapp.

Naturalmente l'algoritmo nasce con intenti completamente diversi, è uno strumento per lavorare con l'intelligenza artificiale e le capacità di apprendimento dei sistemi informatici.

Ma è diventato la chiave di una nuova variante dell'hard online, quello in cui si finisce in un video porno senza esserci mai stati, con risultati visivamente davvero incredibili. Solo che la protagonista di Wonder Woman su quel set hard non c'è ovviamente mai stata, quella che sembra lei è in realtà un'attrice hard realmente esistente, al cui volto è stato sovrapposto quello di Gadot.

Il risultato è tecnicamente strabiliante, omogeneità della pelle col corpo, naturalezza dei movimenti e delle espressioni, l'ombra dei capelli, ogni particolare è quasi perfetto. Anche se a tratti la somiglianza sfuma.

Ma il linea di massima, per capire che quella che si vede sullo schermo non è Gal Gadot bisogna essere esperti di analisi di immagini a livello forense. Ancora più strabiliante è un clip con Scarlett Johansson , il cui volto è sovrapposto a quello di un'attrice impegnata con un membro maschile, che spesso nell'immagine passa davanti al primo piano.

Nelle contraffazioni video a basso budget, quando un'immagine viene "superimposta" in questo modo, il trucco è sempre evidente. E per realizzare falsi di questo livello di realismo finora servivano set, luci, computer e tecnologie dedicate e costose.

Rimanendo su Fakeapp, non ci sono solo Scarlett o Gal Gadot nel nuovo cinema dell'hard mai girato. Ovviamente il sexting è legale se le parti coinvolte sono maggiorenni e consenzienti.

Per non parlare, ovviamente, dell' illecito trattamento di dati personali il volto altrui. In Italia, ad esempio, è reato la produzione e successiva detenzione di materiale pedopornografico anche se non destinato alla diffusione.

Quindi, due minori che si ritraggono intenti in atti sessuali tra loro, consenzienti, sono comunque perseguibili per la produzione del video o delle foto, oltre che per l'eventuale diffusione. Il problema è che le leggi che riguardano il sexting sono progettate per lo sfruttamento di minori da parte di adulti , e per proteggere lo sviluppo regolare della personalità del minore.

Ma in assenza di sfruttamento del minore la normativa rischia di essere troppo rigorosa. Una condanna per produzione di materiale pedopornografico nel caso in cui due minori si ritraggono mentre fanno sesso consenziente quindi l'abusante coincide con l'abusato , appare essere decisamente eccessiva. Insomma, non dovrebbe accadere che sia proprio il soggetto che si vuole proteggere a finire per essere colpito dalla norma. Con la sentenza del 21 marzo n.

Il caso è emblematico. Una minorenne scatta autonomamente delle foto che la ritraggono in pose pornografiche e le invia, di propria iniziativa, ad alcuni amici. Di questi, uno le tiene per sé, gli altri le condividono con altri amici. Per il primo scatta l'imputazione di detenzione di materiale pedopornografico, per gli altri la cessione di materiale pedopornografico.

La Suprema Corte conferma l'assoluzione del tribunale di primo grado condividendo la ricostruzione prospettata. Il presupposto necessario per la configurabilità della fattispecie contestate risiede nella "alterità e diversità" fra il soggetto che produce il materiale pornografico e il minore rappresentato.

Nel caso specifico, invece, era la stessa minore ad essersi ritratta e ad avere inoltrato a terzi le immagini, senza pressioni o condizionamenti di alcun tipo.

La Corte pone l'accento sull'" utilizzazione" del minore, di cui al primo comma dell'articolo ter, come requisito necessario per la punibilità , facendo riferimento ad una utilizzo strumentale del minore , come fosse un mezzo più che una persona. Da cui la necessità che la condotta lo scatto delle immagini sia posta in essere da un terzo per essere punibile.

La Corte evidenzia anche come l'obiettivo del legislatore sia quello di tutelare i minori contro ogni forma di sfruttamento e violenza sessuale, a salvaguardia del loro sviluppo psicologico e morale. In sostanza sono esclusi i cosiddetti selfie dalla punibilità. Per questi motivi la Cassazione rigetta l'impugnazione della Procura Generale e assolve gli imputati.

Ovviamente la casistica è variegata. In questo caso occorrerebbe valutare la validità del consenso del minore. La Corte di Appello di Milano sentenza del 12 marzo , nell'escludere la sussistenza del reato di detenzione di materiale pedopornografico in relazione ad un soggetto che aveva ricevuto e conservato foto ritraenti una minore, ha ritenuto che per stabilire se vi sia utilizzazione del minore occorre valutarne il consenso prestato, alla luce degli elementi concreti del caso.